
ARRIVA L’ANPAL, CHE NON SOSTITUISCE I “MODELLI” REGIONALI MA LI AFFIANCA CON UN NUOVO STRUMENTO, L’ASSEGNO DI RICOLLOCAZIONE, CHE FUNZIONERÀ ALLO STESSO MODO IN TUTTO IL TERRITORIO ITALIANO
Il secondo tempo del Jobs Act verrà giudicato non più sul numero di occupati a tempo indeterminato ma sul successo dell’Anpal, la nuova agenzia nazionale che si intesta il compito di sviluppare in Italia le politiche attive del lavoro.
Segue dalla prima cioè tutti i servizi che possono aiutare un disoccupato a trovare un nuovo posto di lavoro (ad esempio i servizi di orientamento al lavoro e di ricollocazione). Due sono le scelte importanti nel decreto di istituzione dell’Anpal: una riguarda le caratteristiche del rapporto pubblico-privato nella fornitura dei servizi al lavoro; l’altra riguarda l’introduzione di un nuovo strumento di politica attiva, l’assegno di ricollocazione.
Ogni regione italiana ha sviluppato nel corso degli anni il proprio “modello” di politiche attive con un diverso mix di coinvolgimento di servizi pubblici (i centri per l’impiego o CPI) e privati (le agenzie per il lavoro). L’Anpal non sostituisce i “modelli” regionali ma li affianca con un nuovo strumento – l’assegno di ricollocazione – che ha un modo di funzionamento comune su tutto il territorio nazionale. Per rendersi conto della difficoltà di trovare un minimo comun denominatore tra regioni diverse, prendiamo in considerazione la Lombardia e la Toscana che hanno due sistemi molto diversi, entrambi con buoni risultati. La Lombardia ha un modello competitivo dove i CPI pubblici e le agenzie private possono fare tutti i servizi al lavoro, dalla presa in carico del disoccupato alla ricollocazione, usando la “dote” ovvero un assegno che viene conferito al singolo disoccupato e che viene pagato solo a risultato cioè a ricollocamento avvenuto.
La Toscana ha invece un sistema in cui i CPI sono il cancello d’entrata del sistema di politiche attive e i privati lavorano presso i CPI a fianco dei dipendenti pubblici. L’Anpal ha disegnato un sistema nazionale – limitato al solo nuovo strumento dell’assegno o “dote” di ricollocazione – in cui i CPI sono il cancello d’entrata come in Toscana e allo stesso tempo esiste una “dote” come in Lombardia. Nel nuovo disegno nazionale i CPI svolgono in monopolio il ruolo di profilare il disoccupato e di stringere con lui un patto di servizio che lo impegna a svolgere tutte le azioni necessarie a trovare un nuovo posto di lavoro, a pena di perdere i benefici della politica attiva e anche del sussidio di disoccupazione (la cosiddetta condizionalità). L’unico altro compito riservato ai CPI è l’assegnazione degli assegni di ricollocazione dopo 4 mesi di sussidio di disoccupazione. Tutto il resto dei servizi al lavoro, dalla presa in carico alla ricollocazione, può essere fatto in competizione tra pubblico o privato a seconda della scelta del singolo disoccupato di affidare il suo assegno di ricollocazione ad un CPI o ad una agenzia privata. Il successo dell’Anpal si misurerà sulla gestione dell’assegno di ricollocazione che ha una sua dotazione finanziaria autonoma di 102 milioni di euro per il primo anno ma che andrà pagato nei prossimi anni con le risorse dei programmi operativi nazionali e regionali cofinanziati con fondi strutturali europei.
L’Anpal sarà presto impegnata nel definire le procedure di accreditamento nazionale per gli operatori disponibili a operare con l’assegno di ricollocazione. Inoltre dovrà predisporre le procedure di profilazione del disoccupato sulla base delle sue caratteristiche individuali (tempo di disoccupazione, sesso, età) che danno diritto ad assegni di ammontare differente e le procedure informatiche per registrare e pagare gli assegni. Entrambe si baseranno sull’unico programma nazionale precedente: Garanzia Giovani. Per definire le caratteristiche dell’assegno si può imparare dalla sperimentazione coraggiosamente promossa dalla regione Lazio: l’assegno deve essere abbastanza generoso da attrarre le agenzie private nel business della ricollocazione dei disoccupati (finora non è stato il loro business principale) e allo stesso tempo i servizi e i controlli richiesti a fronte del pagamento dell’assegno devono essere tali da non permettere alle agenzie private di incassare denaro pubblico senza lavorare. Si stimano ogni anno circa 900.000 aventi diritto all’assegno di ricollocazione.
Ovviamente non tutti gli aventi diritto chiederanno l’assegno né tantomeno verranno ricollocati (e quindi l’assegno non potrà essere incassato), ma gli effetti sia sulle finanze pubbliche sia sullo sviluppo degli operatori, pubblici e privati, accreditati alla ricollocazione saranno rilevanti. Assumendo un assegno di ricollocazione medio (l’ammontare varierà a seconda della fascia di occupabilità e della situazione del mercato del lavoro locale) di circa 2000-2500 euro si può facilmente capire che il potenziale di impatto e di spesa di questa politica attiva è assai rilevante. Alla fine possiamo chiederci: era proprio necessario mettere uno standard comune- seppur limitato allo strumento dell’assegno di ricollocazione- tra tante regioni abituate a gestire in autonomia gli strumenti di politica attiva? Si, era necessario per dare a tutti gli italiani un diritto ad avere un servizio di ricollocazione in caso di perdita del lavoro e per presentarci in Europa come un paese normale dove c’è una regia nazionale anche nel caso la gestione delle politiche sia affidata alle regioni. Se domani, sperabilmente, l’Europa facesse un passo in avanti verso la creazione di un sistema di ammortizzatori sociali comuni (o coordinati), sarebbe impensabile presentarsi al quel tavolo con 20 sistemi regionali diversi di politica attiva.
Fonte: La Repubblica.it